Capitolo XIII-
Come si disse, non trovandosi Paola soddisfatta di quelle penitenze e mortificazioni e praticava, desiderosa sempre più di nuova, pregava il Signore, l'avesse fatta infermare gravemente per offrire così al suo Sposo Celeste le pene e i dolori che avrebbe sofferto. Non tardò molto che fu esaudita; poiché o fosse mercè della preghiera, od effetto di quella fatica che pochi giorni antecedenti aveva fatto per cogliere l'erba sotto la sferza di cocentissimo sole nelle ore meridiane del mese di luglio, o fosse per lui una e l'altra assieme, come ampiamente da credersi, per la stravagante malattia che le si sviluppò, il giorno di San Giacomo apostolo, la nostra Paola supplicandolo intercedesse qualche martirio per imitarla nel di lui glorioso giorno, sentiasi nell'ora del Vespro, che devota assisteva alla Chiesa, soppresse un malessere generale. Terminata la funzione si ritirò subito in casa e sentendosi internamente molestissimi brividi di freddo, accese il fuoco per riscaldarsi, e venuto il suo fratello cugino, gli chiese se esso pure sentivasi, non intendendo quella fosse febbre. Proruppe in una grossa risata il cugino a tale domanda; poiché tutto grondante sudore si era già scamiciato sbuffando per il caldo, possibile, le disse, m’abbiate a fare tale domanda con questo caldo intollerabile che ci regala il mese di luglio? E dessi a vezzeggiarla. Sentendosi Paola addolorata in tutto il corpo con gravissimo peso al capo e debolezza alle gambe che appena la potevano reggere, credé allora essere stata esaudita da S. Giacomo Apostolo: si diede nonostante a preparare le cose di casa, mise in ordine alla cena con grande stento, godendo però internamente e dicendo fra sé:-Questo sarà patire per il Signore! Ma pure questo freddo cosa sarà? Sia febbre? Ma la febbre si fa poi sentire in questo modo? Lasciamo fare, e intanto patisci, mio corpo, patisci per amor di Dio- e così compiacere tirò avanti fino a due ore di notte con molta fatica, mal reggendosi in piedi. Arrivato lo zio Arciprete e postosi in tavola per cenare, Paola pure volle prendere un po' d'insalata, e sentendola amarissima, chiese allo zio s'egli pure la sentiva amara; ridendo le disse essere anzi buona, e sembrare a lei amara, cui ella tacendosi, sbrigata la cena ritirossi in camera. Inginocchiatasi, parevale sentire una voce le dicesse: - Va a letto e indossi le coperte di lana, cui ella obbedendo andò per prendere delle coperte che stavano distese sopra una loggia, ed accomodato il letto si rimise in ginocchio per compiere le solite sue preghiere vespertine. Sentiva ripugnanza pel male, ma vincendo sé stessa continuava a pregare, e passato non un quarto d'ora fu costretta gridare :-Gesù mio aiutami, cosa è questo ch'io sento?- E in così dire cadde lunga in terra. Al lamento , al colpo, accorse lo zio alla di lei porta, e chiesto cosa le fosse accaduto, mezzo tramortita risposegli, credere esserle venuta la febbre:la consigliò essa mettersi a letto e partì. S'alzò ella da terra e dicendo: - Perdonatemi mio Dio se non posso far altro questa sera, ben coprendosi di lane: ma il freddo vieppiù accrescendosi, tanto violentemente la tormentò, che passò tutta la notte, e cominciando con vaniloquio a dire qualche parola abberrata, né essendo chi l’assistesse, sentivasi poi ardere dalla sete ed essa rivolto il suo pensiero a Dio, tutto gli andava offrendo di quanto soffriva. In questo vide una nobile Matrona che le dava a bere in una tazza un'acqua così buona al gusto che tutta la ristorava, e passato qualche tempo ed altra chiedendone, pure le veniva da quella apprestata e le faceva mille carezze, assistendola in ogni suo bisogno. Mirava Paola intorno a questa Matrona una moltitudine di persone che lodava Dio con discorsi soavi e pieni di dolcezza, e sentendosi travagliata dal male, veniva mitigato di tratto in tratto da vista di quella bella signora e dalle lodi che udiva. Dileguatasi ai suoi occhi quella nobile comitiva, restava sola Paola e dopo qualche tempo risentendo la sete e l'affanno che la opprimevano, richiamava ad alta voce:- Mamma mia aiutatemi, ho sete, datemi a bere: ed ecco ricomparire quella Signora per dissetarla ed alleviarla dalle pene, fatevi a me vicina, dicevale Paola, cui ella amorosamente acconsentendo, le sollevava la testa, le accomodava le coperte del letto, e compatendola, l’animava a patire per il Signore, e scomparendole poi, la lasciava sola-. Girando Paola l'occhio in cerca di quella, ho sete, ripeteva, aiutatemi, datemi un poco di quell'acqua così buona, ed eccola per la terza volta venire, e parendole la portasse ad una fontana limpidissima ne bevé, che estinta si sentì l'arsura ed ammansita la febbre, non più vedendo la Matrona né le persone che l’accompagnavano. Fattosi giorno, tentò, come era usa, alzarsi all'aurora per orare, né essendole possibile, andava fra se dicendo: ma che sarà? Sia febbre questa che sento? Oh! Gesù mio, non posso alzarmi, io non posso fare le mie orazioni, ed abbattuta all'estremo si ricoricò. Fattosi giorno del tutto, andò a lei lo zio, e chiestole cosa avesse avuto nella notte, in cui tanto aveva lamentato, rispostegli credere aver la febbre, ed esploratole il polso, le disse, sicuro, che avete la febbre, sta però in declinazione, non v'alzate oggi, e partendosi ritornò con il medico il quale interrogandola ed esaminata, le prescrisse un farmaco da prendersi la mattina avvenire. Smaniò tutto il giorno essa, non tanto per male quanto per lo zio, temendo non fosse servito, ma venuta in casa una sua zia con altra giovane solita venire per prestar suoi servizii alla casa in varie circostanze, si quietò allora alquanto. Passata la seconda notte in smanie, arrivò la mattina in cui doveva prendere la medicina e sentendo ripugnanza grande, all'alba s'alzò e si trascinò alla Chiesa per la porta segreta, dové cadere in terra tant'era la debolezza che sentiva. Voltatasi così distesa verso il SS.mo Sacramento: - Gesù mio, disse, ma io devo prendere quella medicina?- Sentì allora una voce che le disse: -Tu stai male, ritorna perciò a letto, ed obbebisci in tutto al medico-. Rassegnata fece alcuni atti di adorazione e chiesta a Gesù la Benedizione, si alzò da terra e si riportò in letto. Appena rimessasi, entrò lo zio con il medico che portavano la medicina, e trovatale in peggiore stato le chiesero come sentivasi, cui ella sempre rispondendo:-ringraziamo il Signore- o via, animo le disse il medico, bisogna prendere questa medicina; ella s'alzò coraggiosa a sedere sul letto, e non addimostrando ripugnanza alcuna (che molta ne sentiva) per piacere a Dio, tutta se la prese. Portatisi allora soddisfatta, cominciò, la medicina a travagliarla con forti dolori e così intensi, che tutti di casa furono sossopra credendosi morisse, e accorso di nuovo il medico le prescrisse altro farmaco calmante, ma inutilmente, che ognor più i dolori crescendo, tanto si aggravò che il medico cominciò a dubitare della di lei vita. Accorsero e piangevano tutti di casa e le amiche, i quali facendo voto di accompagnarla a S. Liberata, se fosse vissuta, l'assistevano giorno e notte. Cessarono i dolori con il sussidio di altri medicinali, ma la malattia ognor aumentandosi, ordinò il medico fosse sacramentata. Vennero da Moricone il Padre e i fratelli, i quali vedutala in quello stato, già ne piangevano la di lei perdita:- Ma che volete piangere- diceva essa, -io muoio volentieri.- Con molta rassegnazione tollerò Paola quell'infermità che le durò trentasette giorni, poiché le febbri intermittenti facendosi subentranti e poi subcontinue si convertirono in una assolutamente continua ossesione di più settenari. Solo si lagnava però dover morire in Mentana, bramava essa morire in Moricone sua Patria: e migliorando alquanto, il medico ridendo le diceva:- O via, Paolina, volete più riportare le vostre ossa a Moricone?- Si Signore, replicava essa, a Moricone proprio le voglio lasciare, né mai Mentana-. Tanta fu la gravezza di tale malattia e la emozione del corpo, che la voltavano pel letto con le lenzuola, non più potendosi da se affatto muovere, fu guardata più notti da persone credendosi avesse a morire, il medico ancora dovette trattenerla si più notti per assisterla. Ricorderemo ancora un'altra visione che ebbe in questa malattia la quale avendo del verosimile con ciò che le accadde circa il morbo e la guarigione, pare giusto non abbia a passarsi sotto silenzio. Ecco le sue parole: -Una notte stando lì assopita, all'improvviso mi vedo avanti agli occhi una bellissima colonna lunga che toccava dalla terra al cielo. Intorno a questa eranvi due Angeli che ascendevano e discendevano, e dicevano:- Guarda a noi come si fa per salire sopra questa colonna, allora ed di un subito salivano in bella maniera, e quando si eran giunti alla cima, Paola, mi dicevano, vieni su come noi abbiamo fatto-. -Eccomi,- rispondevo io, e dandomi intorno alla colonna ed in essa aggirandomi, con molta fatica giunsi fino alla metà di sua lunghezza, ma non potendomi più attenere a quella, incominciai , a gridare: cado, cado, e caddi in un subito senza farmi male alcuno. Trovatami a terra, rimirai la cima e quegli Angeli che ver me guardando, parevami ridere, di cui io: -ma voi fate bene, ed io non posso.- Eccoli di nuovo in terra e dicendomi : - tu non fai bene , guarda a noi come facciamo,- e ciò detto in meraviglioso modo e lestezza salirono nuovamente, e giunti alla vetta, Paola, mi richiamavano, ed io osservandoli e loro rispondendo, vieni, mi dicevano, salisci: ed io provando più presto della prima volta, arrivai oltre la metà della colonna, ma ricadendo per non potermi neppure a questa mi trovai in terra, gridando aiutatemi. Eccoli giù la terza volta:- Guarda a noi - dicevanmi – osserva bene come facciamo,- ed aggirandosi intorno alla colonna m'insegnavano come doveasi praticare, ed osservandoli io bene e attentamente, dicevo loro: -salite ed intanto mirate se faccio bene io pure.- Quelli già si tenevano alla cima, ed io con fatica mi trovo solo più oltre del punto ove giunsi la seconda volta. Stetti in quel punto un po' sorpresa e rimiravo gli angioli, i quali pure rimirando me come attoniti, dissero, non valere io, ma sarei un altro tempo salita, quando più addestra, e con dolce armonia in un istante sparvero fra folgoreggiente luce. Lì mi trovai aggirata intorno alla colonna sola, e scomparsa pur questa, mi riscossi e mi trovai in letto alquanto migliorata e con siffatto giubilo che non so ridire, dispiacente solo non aver potuto seguire quegl'Angeli e vedere in Cielo Iddio. Trovansi in quella camera intorno al letto di Paola molte persone che la stavano mirando come rapita in estasi, ed interrogata da essi cosa avesse veduto, poiché l'avevano udita parlare di belle cose di Dio, e con gli occhi immoti, rispose essa non saper cosa alcuna, essere forse stata effetto della febbre, tacendo a chicchesia quanto aveva veduto. Trovasi ancora da lei scritto quanto segue. La vista di quegli Angeli, che non fu immaginaria, molto mi dilettava, trattavo io con loro famigliarmente, non apprendendo però allora fossero Angioli; ma due fan- ciullini: la statura di essi era come di ragazzi di cinque o sei anni, ed il loro vestimento non è da paragonarsi con cose di quaggiù: aveva ciascuno due bellissime ali, i capelli come fili d'oro ed i loro corpi spandevano splendidissimi raggi; avevano poi una grazia nelle gesta, e la melodia era si soave nelle parole ch'io non saprei spiegare.. Dico solo che le cose celesti non hanno e non possono avere comparazione quaggiù, e l'anima sola può arrivare a capire ed a innamorarsi. Queste cose vidi e sentii io, sebbene ingratissima sia stata in corrispondere a Dio. Da quel giorno in poi andò sempre migliorando restando come estatica pel gaudio che provava nelle visioni, e le amiche concorrendo rallegravansi secolei per vederla fuori di pericolo, già cominciava ad alzarsi. Rimasta sola un giorno in casa, le venne il pensiero di vedere certe gallinelle che aveva ella stessa poste a covare prima di ammalarsi : non reggevasi in piedi, eppure volle sforzarsi, contro il divieto del medico e scendere da una scala per portarsi al pollaio: fu tanta la fatica che fu assalita di un forte dolore di petto, ed essa, per timore di essere sorpresa volle affrettarsi per correre alla camera e rimettersi a letto. Trovata dallo zio in peggiori condizioni, fece richiamare il medico, il quale credendosi tutt'altro di quel fosse accaduto, perche ella volle tacere, le ordinò una medicina che vieppiù la disturbò. Passati alcuni giorni si riebbe di nuovo, e raccontando poi in seguito e la disobbedienza al medico ed il silenzio nel tacergli la causa del male sopravvenutole, consigliava tutte le sue compagne a non celare mai il proprio male al medico, né le cause occasionali, né le predisponenti, perché potrebbe questi prescrivere rimedi contrari, e privar così di vita una persona. In seguito fu sempre sincera ed obbediente, vincendo ogni ripugnanza e vergogna, dicendo spésso nelle occorrenze: ho imparato a spese mie. |